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Maurizio Marinella risponde a 10 domande sulla cucinanonsoloscatolette - la nostra idea di cucina

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Interviste

Maurizio Marinella: 10 domande sulla cucina

È l'indiscusso re della cravatta in tutto il mondo. Da Parigi a Londra, da Tokio a New York non c'è uomo di classe che non aspiri a indossare una cravatta Marinella. La sua azienda si fregia di due blasoni eccezionali: l'Ordine della Giarrettiera, quale fornitore ufficiale della Casa Reale inglese e lo Stemma Borbonico. È Cavaliere al merito del Lavoro e tra i suoi clienti annovera Bill Clinton e Tony Blair, Nicolas Sarkozy e François Mitterrand, Giorgio Napolitano e Sandro Pertini, per non citare attori famosi e scienziati di fama mondiale.
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Maurizio Marinella ci dà appuntamento alle 7 del mattino (sì, proprio alle 7!), nella sua boutique al 287/a della Riviera di Chiaia, a Napoli, e ci accoglie con un vassoio di sfogliatelle ancora calde e un ottimo caffè fumante.

Come fa colazione?
«Non lo vede? Le sfogliatelle che offro a tutti i miei clienti sono appena sfornate e il loro sapore, secondo me, a quest'ora si esprime al massimo. È una specialità napoletana che va gustata religiosamente. Qui apriamo ogni mattina alle 7, in tutti i santi giorni dell'anno, feste e domeniche comprese. È una tradizione che viene da lontano, da tre generazioni. E io le tradizioni le rispetto».

Dolce o salato?
«Dipende. Se dicessi “salato” escluderei sfogliatelle, pastiera, babà… Se dicessi “dolce” farei un torto, per esempio, alla pizza, una vera bandiera per Napoli. Come si fa a scegliere così?».

Cosa non può mancare nella sua dispensa?
«Per  me, come per ogni napoletano vero, ciò che non può mancare e non manca mai è il rispetto per il cibo, qualunque cibo, che il buon Dio ci concede ogni giorno».

Sa cucinare?
«Mi piacerebbe, ma confesso di preferire il ruolo di consumatore a quello di… produttore di piatti succulenti. Il fatto è che in famiglia mi hanno viziato, mia nonna, mia madre, mia moglie… sa com'è! Dire che so cucinare è un po' troppo. Diciamo che, quando occorre, me la cavo».

Quali “scatolette” usa?
«Se per “scatolette” si intende tutto ciò che è conservato, direi che uso pasta di Gragnano, in particolare quella del pastificio Gentile e, quando serve, pomodori di San Marzano in scatola, sempre di Gentile, un marchio formidabile!».

Cosa mangia di preferenza? Qual è il suo piatto preferito?
«Ho gusti molto semplici. Pasta al sugo, per esempio. Oppure al ragù, ma dev'essere ragù napoletano, quello che cuoce per ore e ore. E la pasta dev'essere cotta al dente. Ma o' veramente!».

Ha mai mangiato sul posto di lavoro, in una delle sue boutique sparse per il mondo?
«Scherziamo? Sul posto di lavoro si lavora. Per mangiare c'è sempre tempo. E quando sono all'estero, faccio fatica a gustare le altre cucine. A Parigi, per esempio, dove vado spesso, è difficile trattenermi dal gustare del foie gras o altre prelibatezze della cucina francese, come il croque monsieur che adoro particolarmente».

Qual è il piatto delle feste familiari della sua infanzia?
«Anche qui, dipende. Se la festa è Pasqua, è una cosa… se è Natale, la cosa cambia. È un po' come le cravatte: sono diverse a seconda delle occasioni in cui si indossano. Ma sono tutte belle. Pensi che ora ne produciamo con tessuti vintage, disegni e sete che usavamo cinquanta o sessanta anni fa. E sono sempre splendide».

Un piatto che non dimenticherà mai?
«Una calamarata di paccheri come la faceva solo mia madre: insuperabile e indimenticabile. Non ne ho più mangiata una simile e non cerco neppure più di mangiarne, per non rimanere deluso».

La sua cena più bizzarra?
«Quando in una città orientale, non ricordo più se in India o in Cina, mi hanno offerto delle specialità locali che non ho avuto il coraggio neppure di assaggiare. Eppure ero affamato, lo stomaco reclamava, ma la mente si rifiutava di sperimentare. Insomma, sono andato a letto senza cena!».

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